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 XY 


Sono senza un filo di voce. Impossibile contattare il server, dice il mio cervello. Ho ancora in mezzo ai denti il rumore secco delle mie nocche che si scontrano con la linea dura e un po' aquilina del suo naso: le ho dato un pugno. Un colpo diritto, preciso, potente. E mi è venuto naturale. Se ne stupisce la mia faccia, il mio braccio, la mia mano. Una lei che colpisce un'altra lei.
Giro la testa qua e là nel camerino che sa di birra e pelle di giacchetti per non guardare la sua faccia sogghignante. Sembra un pagliaccio per cui io ho inventato un trucco tutto mio: è terribile.
Oltre la porta si scatena un nuovo Armageddon: corpi bagnati di sudore alcolico che saltano e ballano.
Mi giro per andarmene e mescolarmi in quella densità caotica, quando lei mi dice: “Sapevo di avere ragione”.
Le cose stanno prendendo una piega che non mi sarei aspettata. Devo riavvolgere il nastro e dare un senso a tutto questo.

Alle nove sono già in pigiama con i polpastrelli incollati agli appunti per il mio prossimo esame, sperando di assorbire nozioni attraverso l'inchiostro: osmosi.
Carta inzuppata della mia calligrafia minuta, ma in testa nemmeno una virgola.
Accolgo il suono del telefono come una liberazione.
“Concertino?”
È Laura.
“Mmh... studiatina” rispondo senza convinzione.
Poi mi passa Stefano e cedo. Come sfondare un muro di carta velina. Alle dieci sono già tirata come un gommino, pronta a lanciarmi nella folla carnosa del 'Jazz'.
“Chi suona?” chiedo in macchina.
Stefano guida sparato come un razzo, prende daltonicamente ogni semaforo, curva in terza: lo boccio a ogni esame di guida esistente su questa terra.
“Mah, ragazze” dice.
Non mi piace il tono sdegnoso della sua voce, mi ci stendo come un mucchio di sassi appuntiti.
“Non potevi restare in casa a studiare di sabato sera. Non ora”.
Calca la mano sull'ora per via di Giulio che mi ha mollata. Sbuffo forte.
Non che non mi piaccia uscire, intendiamoci, ma mi disturba collegare le due cose. Mi sembra una stupida equazione: 'mollata' sta al concerto alcolico come 'accoppiata' sta al rimanere in casa a fare la maglia. Non dico però della stupida equazione a Laura, che di matematica non ci capisce niente. E poi non sono triste, affatto. È la stizza per non aver capito, quella che non digerisco. Ho perso l'orientamento, mi sono sorbita la scena dall'alto: Giulio che sputa parole addosso a un clone di me dicendo che è colpa mia. Già, quando tra due persone le cose non vanno la colpa è di una sola!
“Sai che finisce con la solita sbronza?” le dico.
“O nell'auto di un tipo carino”.
“O di un tipo orribile che domani ricorderò carino perché ho preso la solita sbronza!”
“La piantate?”
Il tono è ruvido. Stefano quando ci si mette sa essere convincente. Non ho un gran presentimento, per questa serata.

Il 'Jazz' è pieno. Tante sardine stoccate in una scatola di cemento e truciolato. Fa un caldo insopportabile e l'aria è già umida di fiato. Decido che l'unica soluzione è una birra.
Lascio Laura e Stefano appostati sotto il palco, il posto migliore sia per vedere il concerto sia per ballare, e vado al banco del bar. È lì che vedo per la prima volta la ragazza: testa rasata da un lato e lunghi dall'altro, mani magre, gambe lunghe, pelle diafana. Il suo viso ha qualcosa di disarmonico e la sua bocca sembra un taglio. Ma non è brutta, anzi. Sembra che sia appena stata uscita dalle mani un mangaka. Tiene i gomiti sul banco e mi fissa.
“Mai sentito questo gruppo?” mi chiede avvicinandosi. La sua voce è nasale e ha un che di attraente e spaventoso insieme.
“No. Ma mi hanno detto solo ragazze. Alla fine sono le più brave” dico, giusto per rispondere qualcosa. Le sorrido con tutta la faccia.
“Già...”
Inclina un po' la testa e mi scruta in profondità con gli occhi.
“Allora queste te le offro io. Ehi!” chiama allungando il braccio al ragazzo del bar ”queste le pago io”.
Prendo le birre. Silenzio. Lei se ne va. Silenzio. È un gesto che non mi aspettavo.
Torno dai miei amici con la testa traboccante di punti interrogativi, zigzagando tra la folla.
E, finalmente, ecco il concerto: le luci si abbassano, i faretti sul palco cominciano a roteare e mi lascio andare, ondeggiando nella leggera nube di fumo che mi avvolge.
Urli; fischi; applausi; mani che si alzano; la ragazza rasata sul palco che stringe la chitarra con le dita magre della mano magra.
Avverto un leggero morso di inquietudine, che poi in realtà è curiosità ed eccitazione, e un improbabile vento primaverile mi scosta i vestiti e corre sulla pelle.
Lei suona, le dita veloci sulle corde, il taglio della sua bocca dritto. C'è una goccia brillante che le scende giù lungo la fronte. Per un attimo penso che vorrei essere quella goccia. Lei mi vede, ancora i suoi occhi scrutatori che scavano dentro. Non sono capace di guardare altro, anzi, non mi sembra che ci sia altro, solo io e la ragazza rasata, il battito del mio cuore e la sua chitarra.
Il microfono gracchia annunciando la pausa. Mi sveglia. Lo odio. No, lo amo. No, lo odio. Non capisco da che parte della mia mente arrivino questi pensieri: una parte nascosta, si vede. Mi armo di pala e li seppellisco di nuovo, vicino al ricordo di quando, in prima elementare, mi sono fatta la pipì addosso in classe.
Poi arriva una mano a trascinarmi via, dietro una porta nera. È una mano magra, non ho bisogno di guardarla in faccia per capire che è lei.
“Non sono lesbica” le dico subito. Per lei è una precisazione inutile. E infatti lo dico a me stessa.
Ricevo in risposta una scrollata di testa.
La testa si avvicina, lentamente.
Ho davanti i dettagli del suo viso disarmonico, solo che ora non mi sembra più così disarmonico: le ciglia nere e folte, il kajal che delinea gli occhi, la peluria soffice sopra il labbro. La sua bocca a taglio che taglia la mia.
Sento il profumo della sua pelle, dei suoi capelli; il sapore di birra e tabacco sulla lingua; il tintinnio delle borchie del suo giacchetto; il cuore che mi tormenta il petto; le gambe che cedono sotto il peso di un abbraccio leggero.
Mi sento lucida, un momento di perfetta lucidità. Ci sono stati altri momenti come questo e ora mi affollano il cervello: quella volta che dissi a mia madre che non volevo più fare danza perché non mi piaceva, la prima volta che sono andata a votare, quando ho scelto la facoltà di Lettere mentre mio padre urlava che non troverò mai un posto di lavoro e che butterà via i suoi soldi per cinque anni. E poi tutti gli altri, tutti gli annebbiati: l'orribile color pisello che mia madre tanto desiderava per la mia cameretta, una disastrosa gita al museo con i miei nonni, la mia prima volta con il tizio che vendeva pop corn al cinema. Tutti questi ricordi confluiscono in un unico, più grande e immediato: quello di Giulio che parla con il mio clone e dice “Fai l'amore con me come se non ti piacesse”. Ed ecco che la stizza per non aver capito si trasforma in stizza perché solo ora capisco che ha ragione, e io la distillo tutta, quella stizza, e la trasformo in rabbia, e la rabbia mi veste come un mantello e poi mi penetra nella pelle, nel sangue, muta in vibrazione nel braccio, poi nel polso, infine nel pugno.
E il pugno colpisce. Un colpo dritto preciso, potente.

La ragazza si alza, sorride, si tampona il sangue con il dorso della mano magra.
“Sapevo di avere ragione. Sapevo che ti sarebbe piaciuto”.
“È proprio ora che torni a casa, le rispondo”.
Ma non lo dico convinta.




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