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 Godot 


Guardavo quella ragazza toccarsi i capelli in quel modo così terribilmente meccanico e insistente da apparire un moto isterico. Mi stavo lasciando trasportare dai quei movimenti così strani, così sottilmente sensuali.

Quando alzò la testa, ebbi come un sussulto. Non era un’infermiera. Era una paziente. Lo sguardo spento e perso nel vuoto.

“Posso fare qualcosa per lei?” mi chiese appena si accorse che da dietro il vetro la stavo osservando. Per un attimo rimasi senza parole. Era veramente un’infermiera.

“Io… veramente… cercavo…”

Il professor Sandrelli aveva cambiato stanza. Era per quello che non riuscivo a trovarlo. Gli avevano assegnato una stanza più grande, più luminosa.

Bussai contro il legno della porta socchiusa. Entrai subito senza aspettare il permesso di nessuno. Sandrelli era voltato di spalle, la sua sedia a rotelle verso la finestra, una coperta sulle gambe.

“Le ho portato il giornale, professore. Come sta?”

Sapevo che non mi avrebbe mai risposto in maniera coerente, ma trattarlo con rispetto anche in quelle condizioni era per me un’estrema dimostrazione di stima e di affetto.

“Godot? È arrivato Godot? Sei tu Godot?”

Lo guardai negli occhi. Occhi pieni di speranza.

“No, professore. Io non sono Godot. Sono Giulio. Giulio Bordini. Sono stato suo alunno, professore”.

“Ah! Giulio! Certo. Siediti qui. Fammi compagnia. Chissà quando arriverà, Godot!”

Io mi sedevo accanto a lui e per un po’ non avevo pensieri, aspettavo. Aspettavo l’arrivo di un personaggio del libro che il professor Sandrelli mi aveva insegnato ad amare e che egli stesso amava. Lo amò a tal punto che un giorno non smise più di leggerlo, anche se non lo aveva più sotto gli occhi. Sandrelli aspettava Godot chiuso nella stanza di una clinica. Le sue condizioni di salute erano migliorate da quando si era messo ad aspettare Godot.

“Sei tu Godot?”

“No, professore. Mi dispiace. Sono Giulio”.

“Ah, certo. Giulio. Anche tu aspetti Godot? Forse arriverà domani. Stai andando via? Non pensi che Godot potrebbe arrivare quando tu non ci sarai?”

“No, professore. Quando arriverà Godot, io sarò qui con lei, non deve preoccuparsi”.

“Be’, figliolo, se proprio non vuoi rimanere, quando arriverà Godot gli dirò di aspettarti. Che diamine! Aspetterà!”

“La ringrazio, professore. Ma ci sarò, arriverò in tempo. Non si preoccupi”.

Per un momento Sandrelli tornava sereno, io facevo qualche passo indietro senza voltarmi e poi lui mi bloccava.

“Ce l’hai una pipa?”

“Ho una sigaretta, professore, la pipa gliela porterò domani”.

“Bravo, giovanotto! Lasciami la sigaretta e non portarmi la pipa, la perderesti strada facendo”.

Io spingevo la carrozzella sul terrazzo e mi mettevo a fumare con lui.

“Professore… ma Godot, esiste veramente? Com’è fatto? Lei l’ha mai visto?”

“Figliolo, arriverà. Arriverà. Stai certo che arriverà e avrai una risposta a tutte le tue domande”.

Io guardavo il professore sorridendo. Ero insensatamente felice per lui. Poi lentamente me ne andavo via in silenzio, sapevo che non si sarebbe reso conto della mia assenza.

Me ne andavo via sereno da quella clinica. Pensavo a Sandrelli che aspettava Godot. Sandrelli intrappolato dentro al suo libro preferito che viveva per far vivere Godot.

In quei pomeriggi di attesa accanto al professore, mi riconciliavo con me stesso, mi sentivo come dentro ad uno strano incantesimo. Alle volte leggevo al professore le pagine di quel libro di Beckett e lui mi guardava tutto serio.

“Vedi? Non siamo gli unici che lo aspettano. Prima o poi arriverà. L’importante è che almeno uno dei due non si muova da qui”.

Io gli sorridevo e gli prendevo la mano ossuta e lui mi sorrideva a sua volta.

“Figliolo, se dovessi andarmene prima che arrivi Godot… figliolo… aspettalo tu per me e digli che l’ho aspettato per tutta una vita e che non ho mai dubitato del suo arrivo. Glielo dirai, vero, Giulio?”

Io gli sorridevo e gli chiedevo: “Come è fatto Godot? Come lo riconoscerò, se lei se ne andrà?”

“Verrà lui da te e ti spiegherà”.

Il professore smise di parlare e dopo poco si addormentò. Tenendogli la mano gli lessi a bassa voce i discorsi di Vladimiro ed Estragone. Mi accorsi che non respirava più. Mi alzai e gli misi fra le mani ossute il libro.

Me ne andai camminando all’indietro senza fare rumore e lasciai la porta socchiusa, per quando sarebbe arrivato Godot.




Owl



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