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 Il puro sognatore 


Siete mai passati per le vie di R? R si stima di essere una delle più brutte cittadine del nord Italia. Fidatevi, è proprio così. Non la troverete mai su nessuna guida turistica, almeno che non ne esistano di tali specializzate nell’elencare e commentare i luoghi meno ameni nei quali un viaggiatore possa capitare. Ad ogni modo, se mai ci foste passati, vi sarete, molto probabilmente, anche voi imbattuti nel puro sognatore…
Magari non l’avete visto o nemmeno l’avete riconosciuto… ma lui era lì…
Ora, purtroppo, non lo troverete più in nessun posto…
Nessuno può dire quale altro sogno sia andato a sognare il mio puro sognatore…

Era un giorno di metà giugno ricoperto di quel caldo insostenibilmente umido che rende umidi i pensieri oltre che la pelle. Girovagavo per le vie di R perso e senza meta, felice nella mia malinconia priva di ragioni. Il cielo era di un azzurro slavato e il sole era dappertutto e in nessun posto preciso, ma obbligava a tenere chino il capo e strizzati gli occhi.
Giunsi ad un incrocio che imponeva una scelta obbligata tra destra e sinistra perché un muro alto, grigio, scrostato e molto vecchio limitava la scelta e la fantasia di poter prender per la direzione che mi stava dinanzi e che mi avrebbe evitato noiose, tortuose considerazioni. Mi soffermai a scrutare le due possibilità e poi decisi di girare a sinistra perché in fondo alla via vedevo la speranza di verdi alberi, mentre a destra non v’era nulla se non l’infinita voracità del muro e dell’abbandonata manifattura che esso proteggeva. In faccia alla fabbrica c’era un palazzo molto alto, molto giallo e molto brutto. A tentare di rendere bucolico l’aborto abitativo c’era un piccolo giardino di pochi metri quadri e un alberello triste e spelacchiato che si piegava laddove un balconcino basso basso tentava di schiacciarlo. Sotto l’alberello, all’ombra, c’era una sedia a sdraio anch’essa gialla, un po’ arrugginita e che dava l’idea di essere molto cigolante. Seduto sopra la sedia a sdraio gialla, un po’ arrugginita e che dava l’idea di essere molto cigolante, all’ombra del triste alberello pressato dal basso balconcino c’era il puro sognatore con un atlante aperto sulle ginocchia.
Non sapevo ancora chi fosse e di certo, a vederlo, mai avrei potuto immaginare che si trattasse proprio del puro sognatore. Brutto, calvo, di un’età che poteva spaziare dai cinquanta ai settanta anni, con un colorito che bene si abbinava al grigio dell’opificio, al giallo del palazzo, al verde smorto dell’albero e al grigio dell’ombra che lo ricopriva; il naso butterato, grosso e rossastro, sopra il quale se ne stavano placidi e indifesi un paio di occhialetti dalle lenti unte e crepate; indossava una canottiera di cotone che un tempo doveva essere stata bianca e dalla quale sbocciavano i peli canuti del petto; un paio di calzoncini scozzesi troppo attillati sulla troppo prominente pancia lasciavano respirare due ossee gambette nemmeno troppo pelose, ma fin troppo venose; infine, a completare l’affascinante miss del buon uomo, un paio di quelle splendide ciabatte marroni che si incrociano sul dorso del piede e che permettono allo stesso sia di prendere aria quanto di inorridire lo sguardo che sopra, incautamente, dovesse caderci.
Osservai a lungo l’uomo passando e quello mai alzò gli occhi dall’atlante. Il libro che consultava era gualcito, la copertina era stata scocciata più di una volta e più di una volta si era liberata dall’adesivo che la legava; aveva alcune pagine staccate e molte macchie di unto sopra di esse. L’uomo seguiva uno di quegli aloni muovendo il dito indice come a seguire una strada e, intanto, mormorava, una dopo l’altra, come una litania, alcune parole che non sentivo, ma che intuì essere nomi di città, paesi, fiumi, monti, attraverso i quali il suo dito stava viaggiando.
Continuai nel mio annoiato peregrinare e mi inoltrai nel bosco fino a giungere alla mia lontana dimora.
Il giorno dopo e molti altri ancora a seguire passai a vedere l’uomo e il suo atlante e ogni giorno lo ritrovavo nello stesso posto alla stessa ora. Provai, per curiosità, a passare in altri orari e lo trovai sempre nello stesso posto, anche se l’ora cambiava. Passai di notte e non lo trovai, né lui né la sedia a sdraio e nemmeno l’atlante. Dopo circa un mese di indagini scoprii che l’uomo, la sdraio, l’atlante passavano insieme sotto l’ombra dell’alberello l’intera giornata, dalle sette del mattino alle nove di sera, con due pause, presumo per il desinare, dalle 12,30 alle 13 e dalle 19 alle 19,30. La questione mi incuriosì così tanto che cominciai a fare domande circa il mio viaggiatore della sedia a sdraio e seppi che non era sposato, che non era mai stato visto uscire dal palazzo, che nei mesi estivi, da anni, da secoli forse, se ne stava sopra la stessa sedia a sdraio che non dava solo l’impressione di essere cigolante, ma che lo era proprio e che l’alberello era cresciuto solo negli ultimi tempi conservando comunque quella sua aria triste e la sua essenza spelacchiata. V




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