Studenti e cultura
a confronto:
Sensibili, Creativi o Indifferenti?
Questionario a cura di ARPANet e Gnomiz
Riflessioni

Dibattito e spunti.
( Tutti possono intervenire )
I. La fine del futuro e la morte del passato. di: Luigi Granetto.
II. L'inconsapevolezza dell'essere. di: Paco Simone.
La fine del futuro e la morte del passato.
Luigi Granetto.
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Mi pare che, fra le molte interpretazioni suggerite dal questionario, la
più rilevante sia l'emergere di una crisi
dei tradizionali modelli della cultura occidentale.
Presupposto di questa cultura è sempre stata la capacità della coscienza
collettiva di proiettare, nell'immagine di un futuro possibile, il
desiderio di modificare il presente e di contrastare, a livello
individuale, la debolezza del singolo.
La civiltà occidentale, per mitigare gli effetti distruttivi
dell'istinto di morte, insito nella natura umana, ha più volte elaborato
modelli capaci di utilizzare la conservazione della memoria per fini
evolutivi, delegando ai poteri della guerra la soluzione di tutti quei
problemi non risolvibili pacificamente.
La capacità di generare forze coesive, dominate da una grande volontà di
innovazione, ha permesso di raggiungere quegli obiettivi, preclusi per
molto tempo ad altre civiltà.
In epoca moderna, la fertile stagione quattrocentesca dell'umanesimo,
con le sue sintesi geniali fra tradizione greca e teologie aperte ai
contributi del pensiero ebraico e maomettano, ha creato i presupposti
per la rinascita di un pensiero che dai tempi di Temistocle sembrava
assopito, favorendo una nuova scienza e la possibilità di elaborare
teorie concentrate sul bisogno di libertà e di democrazia.
Teorie che, forse per colpa della brutalità del giacobinismo
settecentesco e della rigidità delle ideologie tedesche dell'ottocento,
hanno subito nel nostro secolo quella spaventosa involuzione che ha
opposto all'assurdità del comunismo la barbarie nazional-socialista.
Questa involuzione, non ancora risolta nella coscienza collettiva, ha
subìto solo un momentaneo arresto per l'effetto dissuasivo del pericolo
nucleare e per le convincenti, tragiche testimonianze, lasciateci
dall'ultima guerra.
I modelli culturali degli ultimi cinquantanni, frutto di una pace non
meritata ma imposta dalle circostanze, non hanno saputo compiere una
revisione profonda delle cause storiche che hanno permesso l'attuale
crisi della nostra civiltà.
Questa incapacità a rinnovarsi, dopo aver consumato gli ultimi brandelli
delle ottocentesche ideologie romantiche nel dandismo delle avanguardie
degli anni 50, nei polpettoni di Hemingway, nella incolta letteratura
della Pop Generation e nella mitizzazione corsara di Che Guevara, ha
finito con il creare un clima di stagnazione culturale sospeso fra la
mancanza di una dimensione storica globale e la possibilità di
progettare un futuro credibile.
Non è certamente un caso che nel questionario pochissime siano le
adesioni a quelle risposte che presuppongano la coscienza di un legame
che dovrebbe intercorrere fra la propria vita, la socialità, la memoria
culturale e un qualsiasi futuro. Alla domanda su come si vorrebbe far
viaggiare la mente solo il 2,2% degli intervistati risponde "pensando a
un lavoro futuro", il 2,5% "cercando di capire cose difficili", il 2,8%
"visitando un museo", il 5,6% "lasciandosi andare a ruota libera con gli
amici".
La grande maggioranza degli intervistati è indecisa se alienarsi nella
musica (34%) o se sognare un grande amore (26,5%).
Per chi volesse cinicamente utilizzare questi dati per scopi
commerciali, suggerisco investimenti nella musica classica e nella New
Age, il potenziamento dell'industria legata ai matrimoni e ai
conseguenti numerosi divorzi ma,
soprattutto, una maggiore considerazione per le parcelle e il lavoro che
svolgeranno gli strizzacervelli.
La guarigione di una nevrosi dipende infatti dalla capacità del malato
di comprendere il perché non sia riuscito a realizzare le mete che si
era prefissato, più queste mete sono assurde più il medico ci guadagna.
La mancanza della visione di un qualsiasi futuro è anche evidente nelle
risposte alla domanda sull'utilità della bellezza e sulla sua
conoscibilità. Solo per il 7% degli intervistati la bellezza è utile a
chi riesce a ricrearla magari limitandosi a saper arredare la propria
casa", l'8% è ancora convinto che sia conoscibile "specialmente da chi
cerca di crearla per il futuro" mentre il 32,6% dichiara che la bellezza
è conoscibile "dalle persone che hanno educato la sensibilità con la
cultura o da quelle molto "sensibili"(24%).
Per quanto riguarda la domanda di come si possa risolvere il bisogno di
bellezza un disperante 7,7% vorrebbe modernizzare le nostre città, il
16,1% si limiterebbe a restaurarle, il 23,0% le riempirebbe di tram e
fiorellini,
mentre uno sciagurato 27,7% darebbe "più spazio alla creatività popolare
e ai prodotti più amati:
cinema, moda, graffiti sui muri".
Per rendere meno fosco questo quadro, si potrebbe dare un valore
positivo a quel 24,2% di intervistati
che si rende conto dell'importanza di "ricostruire il difficile rapporto
che intercorre fra i grandi creatori del presente e del passato, spesso
incompresi, con la società", ma dubito che questi "primi della classe"
sarebbero pronti a tagliarsi
un orecchio alla maniera di Van Gogh o a pagare con l'indigenza la
propensione alla rivoluzionaria giocosità di un Mozart.
Manca infatti, anche in tutte le altre risposte del questionario, la
distanza conoscitiva che solo la libera determinazione degli istinti può
dare. Questa distanza che, come disse Schiller "permette di giocare con
il mondo", si presenta qui, invece, come distanza apatica, alienazione,
senso di colpa.
Alla domanda se lo studio possa diventare un divertimento solo il 28,4%
degli intervistati risponde affermativamente,
il 35,8% lo ritiene un "caso rarissimo", mentre il 32,1% dichiara con
decisione "forse una gioia, ma mai un divertimento".
L'incapacità di esplorare la dimensione del divertimento va
inevitabilmente di passo con l'impossibilità di riconoscere e di
comprendere l'essenza della serietà; infatti, alla domanda: hai un'idea
precisa di che cosa sia la serietà,
solo pochi (9,5%) riescono ad intuirne la vera natura definendola "un
atteggiamento dello spirito per superare la mancanza di creatività", la
maggior parte (80%) la definisce o come "il mezzo per affrontare la vita
con realismo accettandone le difficoltà" o come "lo strumento
indispensabile per raggiungere degli obiettivi".
In queste ultime settimane, per merito del "Rapporto Oliva" della
Confindustria e della proposta di istituire un Authority per la scuola,
si è rincominciato "miracolosamente", ai margini dei soliti chiassosi
discorsi sulle rivendicazioni salariali, a discutere di qualità,
contenuti, programmi.
Mentre era largamente scontato l'invito della Confindustria ad
avvicinare la scuola al mondo del lavoro, non ci si aspettava, dalla
stessa, una decisa presa di posizione volta ad avvicinare in modo
privilegiato i programmi scolastici alla cultura del '900,
alleggerendoli, se così si può dire, dall'ingombro di altri secoli. Se
quest'invito, come sembra dal giudizio favorevole dell'Associazione
Nazionale dei Presidi, verrà accolto, si perderà un'altra occasione per
attuare scelte coraggiose come quelle prese dagli umanisti che
considerarono per loro più attuale la cultura greca del IV secolo a.c. e
della Roma del I secolo rispetto ai quella, assai più vicina, del
Medioevo. La nostra civiltà ha bisogno di idee nuove, che possano
nascere da una dimensione storica non limitata a un secolo di decadenza
e di barbarie, ha bisogno di uscire finalmente dalle limitazioni delle
necessità, dalle passate costrizioni del bisogno, per cercare di
riconciliare l'essere con il divenire, e far di nuovo rinascere la
libertà di immaginarsi un qualche futuro.
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L'inconsapevolezza dell'essere.
Paco Simone.
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“Credo sia ipocrisia dire che studiare è un divertimento”
(dal questionario di una ragazza del 3° anno del Liceo Classico).
Non voglio fare demagogia; d'altronde, dalle tabelle è chiaro che il 28% di noi studenti considera lo studio un divertimento, se si accetta la fatica.
I risultati riportati su questo CD sono utili non tanto per confermare alcune impressioni che vagavano in questi ultimi tempi, quanto per rendersi conto delle situazioni, in alcuni casi sorprendenti, in cui è coinvolta la maggioranza di noi, e più spesso la minoranza – decisamente non trascurabile.
E non mi riferisco al fatto che il 70% degli studenti non abbia la minima idea di che cosa siano le riforme culturali del Ministro Veltroni: questo è un grave problema di disinformazione che compete alle istituzioni (una ragazza dell'ultimo anno al Professionale ammette che: “La classe risulta NON indifferente, ma poco informata sulle problematiche culturali”); oppure è lo sconcertante scenario che si presenta ai nostri occhi: è stato davvero fatto qualcosa per la tutela e la conservazione dei beni culturali o si è trattato solo di immagini e parole – neanche effettivamente percepite–?
(Ponte ipertestuale: Continua sul sito Gnomiz...)
Invia una e-mail a Sit-in@ARPANet.org per far partecipare la tua scuola all'iniziativa.
Copyright © 1998 ARPA Publishing - Copyright © 1998 Paco SIMONE & Armando GAROSCI
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