Che cos'hanno in comune The Cell e Il Giardino delle Vergini Suicide?
Se dopo una mezz'ora abbondante dall'inizio del film di Tarsem saltasse la corrente, il pubblico potrebbe commentare ammirato il primo brillante incubo messo in scena e restare in un atteggiamento di densa aspettativa; ma, purtroppo (nonostante la qualità delle proiezioni nelle sale milanesi sia piuttosto degradata -o sono io che becco tutti gli spettacoli accidentati), questo non accade e lo spettatore è costretto ad addentrarsi nei meandri del kitsch più puro e fine a se stesso, arrivando a dimenticare il fascino dell'inizio.
Orbene, Il Giardino delle Vergini Suicide si basa sulla malinconica dimensione della possibilità che non è arrivata a realizzarsi e sul segno che essa lascia in chi tanto intensamente l'aveva attesa. Gli adulti che ricordano la morte delle sorelle Lisbon, sono i ragazzi che non si stancavano di osservarle, cogliendone il risveglio erotico e l'affacciarsi alla vita; quelli che mai riuscirono a entrare i contatto diretto con loro; che solo fugacemente ne apprezzarono i sogni di normali adolescenti e che finirono con l'immaginare all'infinito quello che avrebbe potuto essere e cercando di capire che cosa accadde, cosa non riuscirono a comprendere. Le sorelle Lisbon si trasformano nel mondo speciale, separato dalla realtà, che li accompagnerà per tutta la vita e che starà lì, pronto a far da metro di giudizio per ogni esperienza quotidiana, il luogo sicuro a cui tornare quando le cose si fanno pesanti e insopportabili.
Uno splendido di film, immerso nei toni caldi del giallo, dell'oro e del rosa, narrato privilegiando gli stati d'animo e costellato di tanto preziosi quanto delicati dettagli.
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