Normalmente preferisco parlare di cose che mi piacciono, ma, avendo letto una recensione del presente film che mi pareva piuttosto -per non dire molto- positiva, mi sento in obbligo di dire la mia su di un film di cui -lo confesso- ho retto a fatica solo il primo tempo. Mi pare encomiabile l'idea di trasporre nell'età contemporanea un testo -e quale testo- di Shakespeare; trovo deprimente, ad esempio, che il fantasma del re morto (gran capo di una multinazionale) debba proprio scomparire in un distributore di pepsi, a meno che non si voglia comunicare la propria assoluta desolazione nei confronti della società attuale (dalla quale, allora, non dovrebbe salvarsi neanche Amleto). Innumerevoli le pecche del film, ma quella che le condiziona tutte è la pretesa di prendere in blocco un testo di qualche secolo fa e, senza preoccuparsi minimamente di analizzare forze e convenzioni sociali che ne determinano gli eventi, né di ricercare in conseguenza le motivazioni che spingono ogni personaggio a comportarsi come si comporta, metterlo in bocca a della gente che si muove nell'ambiente di una multinazionale e a Manhattan. Se qualcuno riesce a spiegarmi il senso che può avere la preoccupazione di Polonio per la verginità della propria figlioletta, un'Ofelia postmoderna che, pur possedendo un proprio rifugio marcescente, non tenta neanche di opporsi al padre, è il benvenuto. E qui mi fermo, tralasciando la sciatta recitazione offerta e le altre assurdità di cui pullula il film, ma ricordando che, al di là delle alte ispirazioni vantate da Almereyda (le riduzioni shakespeariane di Orson Welles, Ingmar Bergman e Andrei Tarkovski, nonché quelle più fuori dagli schemi di Aki Kaurismaki, Helmut Kautnes e Akira Kurosawa), meglio egli avrebbe fatto a studiarsi l'eccellente -questo sì- Looking for Richard di Al Pacino e desistere dal proprio progetto.
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