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Rubrica di attualità cinematografica.


Una scena tratta dal film.Ghost Dog , La via del samurai (USA, 1999)
Regia e sceneggiatura: Jim Jarmush

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Ghost Dog, silenzioso e malinconico Forest Whitaker, scivola tra le vie di una città che gli si offre senza resistergli proprio perché non ne conosce l'esistenza. Vive separato dagli altri uomini, poco più in alto di loro: sul tetto di un palazzo in compagnia dei piccioni suoi messaggeri, e la sua vita è impostata e scandita dalle regole del Libro del Samurai. Come un vero (così come improbabile) samurai, Ghost Dog ha il proprio padrone cui dedicare una vita che, solo nella totale disponibilità ai suoi ordini, trova il proprio scopo; si tratta dell'uomo che un giorno lo ha salvato: Louie, John Tormey, membro di un clan mafioso che, in America, ha perso autorevolezza e credibilità (la mafia è tanto demistificata da poter venire minacciata di sfratto dal proprietario del locale in cui si riunisce: non gli importa che diavolo facciano lì, basta che gli paghino l'affitto).
E, quando il clan deciderà di eliminare l'infallibile killer di Louie, lui reagirà a modo suo.
Una storia semplice raccontata in un modo altrettanto semplice (e questo è l'aspetto più affascinante del film), dove Ghost Dog ed il suo migliore amico, Isaach de Bankolé, (un gelataio che parla solo il francese e che ricopre il ruolo, tipico in Jarmush, del personaggio straniero che, inserendosi in un ambiente di cui non conosce le regole, segna un contrasto) sono separati da lingue distinte ed uniti dal fatto di essere uomini, semplicemente uomini; dove l'altra amica di Ghost Dog è una bambina conosciuta al parco (chiaro omaggio al mito di Frankenstein) , Camille Winbush, con cui scambiare e parlare di libri; dove gli eventi vengono anticipati dai cartoni animati visti dal boss del clan mafioso, Henry Silva, e dove, infine, non manca una buona dose di umorismo.
Al di là delle azioni degli altri, quello che conta, pare dire Ghost Dog, è solo la maniera in cui sarai riuscito a non tradire te stesso. Jim Jarmush dà vita, così, ad un film d'azione sostenuto da un'intelaiatura Zen e dall'importanza che in esso assume la parola: scritta, nei libri e nei messaggi che accompagnano e legano fra loro i personaggi (tanto che i ringraziamenti finali vengono dedicati dal regista ad una serie di scrittori), e pronunciata, la cui comprensione risulta spesso inutile perché, più di quello che possa comunicare, conta il piacere che si prova sapendo di condividere un attimo di vita con una persona che si sente vicina.



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