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Rubrica di attualità cinematografica.


Locandina del film
Traffic (USA, 2000)
Regia:Steven Soderbergh
Montaggio: Stephen Mirrione

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Notoriamente gli Oscar sono dotati di scarso acume, ma esistono bersagli così evidenti che è dura non prenderli (almeno di striscio). Ed ecco Benicio Del Toro ricevere quella statuetta che già nel 1996 aveva meritato con le movenze e i grugniti del Fenster dei Soliti sospetti, ma quello era l'anno di Kevin Spacey, su cui non si discute, e Benicio si era accontentato dell'Independent Spirit Award. (Ma non a caso Christopher McQuarrie, lo sceneggiatore dei Soliti sospetti, se l'è portato dietro in The way of the gun, la sua prima esperienza da regista).
Fortuna che adesso c'è lui a nobilitare un premio e un film che di per sé sarebbero scontati.
Non ce l'ho con Soderbergh, splendido regista, che sa caratterizzare con luci, colori e movimenti della telecamera i suoi personaggi e contestualizzarne le azioni (tutti gli Oscar vinti da Traffic sono meritatissimi, le nomination non tanto), ce l'ho col solito filmone da due ore e mezzo circa, che mobilita gran massa di super-attori e non ha niente di nuovo da raccontare.
Può essere interessante affrontare il problema della droga attraverso un caleidoscopio e vedere l'ignara Catherine Zeta-Jones scoprire che il marito è un trafficante di droga nei guai e agire di conseguenza; l'integerrimo Michael Douglas, zar dell'antidroga statunitense, scoprire, grazie alla figlia, che non è così facile affrontare l'esistenza; Don Cheadle e Luis Guzmán -questi meno famosi, è vero- poliziotti in borghese costretti a scherzare, essere duri, piangere e tirare a vanti; e Benicio Del Toro, poliziotto di Tijuana, Messico, destreggiarsi fra vita vissuta, esercito, polizia...
Interessante sì, ma non se resta al livello del già visto. Anche il "racconto messicano" è prevedibile, si sa da subito come andrà a finire, eppure ha qualcosa di diverso e non si tratta -non solo- del colore da fotografia invecchiata male, ma soprattutto del personaggio di Benicio Del Toro, concreto, conficcato nella terra e provvisto di una malinconia di fondo che è quanto di più umano si sia mai visto. Per questo rimpiango un film in cui non compaiano né Douglas, né la Jones; in cui non ci si concentri tanto su droga e grandi manovre, quanto sugli occhi di Benicio -Javier Rodriguez y Rodriguez-, sul suo sapersi muovere senza chiedere troppo, sul suo essere tremendamente umano.



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