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Rubrica di critica letteraria.



Cape Breton
Il dono di sangue del sale perduto
Autore: Alistar MacLeod
1999 (Frassinelli), pp.331



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Alistar MacLeod scrive i suoi intensi racconti d'estate, in solitudine, chiuso in una baita con l'oceano davanti agli occhi. Una scrittura lenta e densissima perché, oltre alle regole della narrativa, deve obbedire a ciò che dentro di sé sente chi scrive e al regime della sua voce, alla ritmo e alle cadenze della cultura orale che gli appartiene e di cui si fa orgoglioso custode. Solo dopo un lungo lavoro MacLeod arriva all'accordo giusto, alla frase perfetta: una specie di sapiente distillazione delle parole, dei suoni. Il sessantaquattrenne scrittore canadese ha pubblicato, infatti, non più di una ventina di racconti e solo l'anno passato, dopo una lavorazione più che decennale, ha dato alle stampe il suo primo romanzo.
Il dono di sangue del sale perduto contiene tredici racconti stupendi che fanno pensare a Cechov per via della limpida costruzione delle frasi, l'attenzione os-sessiva per il dettaglio, la precisione cristallina in cui ogni cosa viene svelata, lo stile lirico e musicale, il meccanismo perfetto della trama. Sono storie di pescatori, con-tadini, guardiani di fari, minatori ecc. Vite semplici, dure, che da decenni proseguo-no più o meno allo stesso modo e dove molto forti sono i legami familiari, ma sempre bruschi, di poche parole. Gli ambienti delle loro storie sono i porti, le miniere, l'oceano, i pub, le isole, i boschi, le distese di ghiaccio, le case domestiche, le stalle…molti i protagonisti giovani: bambini o adolescenti, anche per questo alcu-ni incipit mi hanno fatto venire in mente i racconti di Stig Dagerman: "Siamo in a-gosto, verso la fine del mese, e non ci si può fidare del tempo. Per tutta l'estate ha fatto molto caldo. Così caldo che i giardini si sono inariditi, non c'è stato fieno e i pozzi di superficie si sono seccati trasformandosi in un fango umido." Storie piccole, quindi, nulla di eccezionale, di eclatante eppure, come viene detto nel libro, "l'esperienza personale, se espressa con abilità, può comunicare un messaggio universale che va oltre i confini di un tempo e di un luogo."
Tutto accade sull'isola di Cape Breton e dintorni dove la natura è po-vera, gelida, feroce e dominata dal silenzio. Bisogna sopravvivere al freddo, al ven-to, alle burrasche, alla desolazione e il lavoro si trasforma in una sfida costante con la natura: "Avevano trascorso tanto tempo nel buio della miniera che i loro occhi non conoscevano la luce, e il buio del loro duro lavoro era diventato quello della lo-ro vita."
Lo scrittore canadese non parla il gaelico eppure questa lingua è sempre presente nelle sue storie, con le leggende, la tradizione della narrazione orale e del canto. Il gaelico, dice MacLeod, "è qualcosa che in una certa misura è in me, nelle cadenze che sentivo da ragazzo e nei ritmi del discorso. Non me ne rendo conto neppure io, ma è come una scrittura modulata sull'accento che ha la mia gente nel parlare, quasi fosse un'influenza dello stile."
L'impianto narrativo è tradizionale e quasi tutti i racconti sono narrati in prima persona, con pochi dialoghi. Un realismo dal forte potere evocativo che affascina, ma la lingua di MacLeod è persino troppo precisa, aulica, eccessi-vamente elaborata per le ruvide storie narrate: la raffinatezza, il ritmo sempre giusto, le frasi suadenti a volte stridono con l'ambiente povero, selvaggio, semplice e con-creto che viene descritto.
Il silenzio, la solitudine (vedi la donna che vive da sola su una piccola isola), il gelo, l'oceano, il duro lavoro sono i sottilissimi fili che tengono ben saldi tutti i racconti del libro. C'è nostalgia del passato, sì, ma non certo per le sofferenze che si pativano. Un tempo la vita era meno frenetica e si sapeva fare a meno del superfluo così da potersi concentrare e "sentire" meglio le cose importanti: ritmi più lenti, allora, ma allo stesso tempo più solidi e profondi. Un po' come avviene per i racconti di MacLeod.


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