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 Cani punk 


Nel sentir narrare questa storia la prima volta pensai: quel qualcuno che l’ha inventata avrebbe un serio bisogno di mettere il proprio intelletto nelle sapienti mani di un qualche esperto medico.

Quel qualcuno che la narrò, dopo minuzioso esame, venne provato, senza incontestabile dubbio, che null’altro fu se non me medesimo.

Chissà. Forse una indigestione notturna o forse una esperienza fin troppo massiccia e ravvicinata con qualche specie di alcool o di droga, o forse, pensai pure, una specie di transfer della mia memoria ad una precedente vita accoppiata con qualche scampolo di realtà.

In verità non so proprio quale fu la ragione e l’occasione in cui mi misi a narrare una tale strana storia. Qualunque fosse la causa, ho comunque sufficienti prove per assicurare a chicchessia che non tutto è inconsapevole frutto di malattia o immaginazione.

Quel giorno, mi si scusi ma la mia memoria non mi permette di ricordare precisamente quale che fu, mi recavo assieme al mio amico B. all’interno di un capannone. Ci guidava una conoscenza di B. che smaniava dal desiderio di sottoporre alla sua attenzione alcuni capi di abbigliamento. Quale che fu la ragione di questo fatto non mi è, tuttora, possibile interpretarla, dato che B. odia questo genere di cose; soprattutto perché quel conoscente era un rinomato ladro e B. disprezzava comprare qualunque cosa avesse anche solo un tenue odore di ladrocinio, e mi si creda se dico che l’odore in questione era un nauseabondo, ributtante fetore! Entrammo dunque nel capannone e ci mettemmo a visionare la merce accompagnati dallo scaltro sguardo del conoscente. Non comprammo niente ma rimanemmo nell’edificio e ci guardammo attorno. C’erano centinaia di persone, ragazzi per la precisione, che in un enorme circolo attorno al centro polveroso dell’edificio se ne stavano fermi e silenziosi in attesa di qualcosa. Io e B. non sapevamo cosa dovesse succedere e fummo spinti da quella stessa curiosità che ci fa avvicinare sempre ad un gruppo di persone riunite con l’aria di fare o di osservare qualcosa di interessante. La qual cosa, pur essendo del tutto ignota, attira, credo, sia per via della nostra innata curiosità, e sia per via di una certa forza di gravità da bovini al pascolo, altrettanto innata del genere umano che ci porta a riflettere, subconsciamente o no, che se tante persone sono lì ferme tutte insieme qualcosa di degno di attenzione deve esserci per forza. Io e B. ci avvicinammo e più lo facevamo e più mi sentivo il soggetto dell’attenzione generale, non so per cosa, non è che ridevano o si facevano spalluccia quando passavo, no, nulla di tutto questo, era come se un qualcosa che provocasse astio trasparisse dalla mia persona. Mi pareva di essere non solo antipatico, ma addirittura odiato da tutte quelle facce che al mio solo passaggio mi fissavano con occhi duri e minacciosi. Inutile dire che toccai B. e gli chiesi, o forse lo pregai, di toglierci subito di mezzo. Lo ammetto: avevo una fifa nera che qualcosa stesse per succedere, e qualunque cosa ci fosse da vedere, è inutile dirlo ma lo dico lo stesso, aveva per me perso qualunque tipo di fascino o curiosità.

Gran fifa implica gran fuga: quindi fuggimmo.

In realtà B. non si era accorto di nulla. In questa storia, infatti, lo ricordo come un compagno sempre al mio fianco ma totalmente muto, la qual cosa è parecchio strana, giacché con lui mi trattengo spesso in lunghe dissertazioni sulle più disparate argomentazioni, le quali vanno dalle donne fino, ahimé…  alle donne, nostro cruccio e nostro diletto.

Sparimmo quindi dall’astiosa congrega e ci dirigemmo ai piani di sopra dello stesso edificio.

Stringevamo in pugno due stecche da biliardo, ma non per auto difesa, no, semplicemente per giocare. Quando e dove le prendemmo mi è del tutto sconosciuto e la mia memoria non mi aiuta, ricordo però che B. si vantò, sempre senza verbo proferire ma solo con gli occhi, del fatto che la stecca che impugnava era di sua proprietà. Girovagavamo a casaccio attraverso sale colme di luce, fumo, biliardi circondati da giocatori incalliti e da spettatori annoiati. Eravamo piuttosto seccati dal fatto di non trovare nessun campo da giuoco libero per noi quando, finalmente, ne vedemmo uno. Era uno di quei tavoli piccoli e destinati all’uso dei bambini, con al centro, al posto del castello di birilli, che siano da cinque o da otto, cinque birilli grossi a forma di fungo di vari colori. Ci accontentammo, anzi, ad essere del tutto sinceri, percepimmo la nostra infanzia bussarci alla memoria, e ridendo ci dirigemmo felici al gioco. Questo tavolo era al di fuori dell’edificio, posto sopra una specie di terrazza; il cielo era azzurro e qualche nuvoletta bianca e grigia navigava sperduta sopra le nostre teste. Passati che furono 20 minuti ci venne incontro un personaggio assai curioso.

Era un ragazzo di non più di 20 anni, un bel ragazzo, vestito al modo dei gentiluomini del 1800, o almeno è questa l’idea che mi sono fatto leggendo libri e libri, circa gli usi di vestire di quei tempi, escludendo i colori però, dato che ne aveva forse un po’ in soprannumero. Pareva un dandy, un artista, forse un pittore o uno scrittore di quelli che si rincorrevano per le vie di Parigi in quegli anni meravigliosi, un bohemien, un originale insomma. Aveva un lungo cappello a cilindro nero e lucido, una finanziera rossa, pantaloni aderenti gialli, la camicia era verde e il gilet blu. Indossava ghette e scarpette con improbabili sbuffi di nastri blu e bianchi. I favoriti erano ben curati e ne andava così fiero che se li accarezzava benevolmente con la mano destra mentre si dirigeva altezzoso al nostro cospetto; nella mano sinistra impugnava un elegante bastone con il pomello in madreperla. Si rivolse a me chiedendomi l’onore di recarmi seco al convegno che si teneva in quel momento, dove ero atteso con trepidanza. Riprovai un conato di disgusto da inattesa paura, terrore direi; mi vedevo linciato pubblicamente e dal pubblico ludibrio messo alla berlina; mi vedevo anche linciato non dalla vergogna ma da eleganti bastoni con pomello in madreperla. Riuscii a scovare nel caos della mia oscura fifa una sicurezza che dubitavo di avere e risposi al mio interlocutore, tentando di imitarne lo stile, che altre faccende mi impedivano malauguratamente di poter accettare un così grazioso invito e che, questo lo dissi inchinandomi, mi scusavo con l’intero simposio per la mia assenza, confidando in un loro certo e benevolo perdono. Il dandy si inchinò togliendosi il cappello e mi augurò una lieta continuazione. Se ne andò senza voltarsi e io e B. rimanemmo a bocche spalancate, cosa questa che il giovanotto, se ci avesse scorto, avrebbe di certo preso per una mancanza di stile e di tatto e forse ci avrebbe tacciato come zoticoni privi di charme e delicatezza.






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