Dafne aveva vent’anni e viveva con il capostazione, nella piccola casetta di questo adiacente i binari. Viveva con lui, ma non era sua figlia. Dafne era stata trovata sul treno, un giorno ventoso. Abbandonata dalla madre sull’ultimo sedile del vagone, era stata raccolta dal caro vecchio e ospitata nella sua casa.
Il treno era stato la sua unica vita, lo amava. Forse perché le aveva salvato la vita, forse perché era così simile a lei, sfuggente e veloce sui binari. Lei stessa in fondo era un treno. Non aveva legami e se li aveva erano solo dei nodi larghi, che non la obbligavano a star ferma. In paese la giudicavano, come succede un po’ in tutti i paesi. Alcuni la vedevano come una sfaccendata, altri come l’emblema della libertà.
Molti la invidiavano.
Ma lei non si curava di loro, in fondo li vedeva solo la mattina, mentre faceva le compere. Poggiava le borse sul tavolo della cucina e poi via, per i campi sconfinati. Con i suoi capelli al vento, e il sorriso sulle labbra, correva. Saltava i recinti che delimitavano le proprietà e rideva dei vecchi che le urlavano contro. Poi, sfinita, crollava in ginocchio, respirando il profumo dei fiori di campo e contemplando il sole che moriva dietro l’orizzonte. Voleva raggiungerlo. Voleva vedere cosa gli accadeva, dove lo portava il suo lungo viaggio sulla volta celeste. Voleva scoprire perché si tingeva di rosso, perché diventava enorme e perché fuggiva. Ma ogni volta moriva a un millimetro da lui, e rimandava. Domani…
Piggia
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