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 Il funerale di Elvira 


Mi vestii di viola e bianco come una papessa e andai al funerale accompagnata dallo stuolo di beghine che emanava fragranza di cipria ammuffita.

Ci disponemmo in una bella processione ordinata e rendemmo omaggio a quel feretro che aspettavamo da otto giorni. Ciascuna depose sulla bara ciò che desiderava.

Io misi una manciata di polvere d’arena e una ciocca di capelli neri. Altre colletti di pelliccia, camicie cucite a mano, biscotti scaduti e ampolline d’acqua di mare.

Aggiunsero due gocce di nero di seppia e un mattone sbriciolato.

Quella matta di Iris si spogliò e i lunghi nasi delle bigotte s’imporporarono alla vista delle sue chiappe tonde. Quando però lei attaccò a battere il tempo sul selciato, tutte la seguirono, come se avessero un unico corpo e una sola anima.

Mi feci da parte, pur continuando a picchiarmi le cosce con le palme delle mani. Ridevo forte e le guardavo danzare intorno alla bara coperta di gladioli.

Si agitavano, dimenavano i fianchi ubriache, mentre il temporale avanzava veloce, oltre i tetti dei palazzi. Un forte vento iniziò a muovere le cime degli alberi e a creare mulinelli di foglie e cartacce.

Il tavolino drappeggiato di nero su cui era appoggiato il ritratto della defunta minacciò di ribaltarsi.

Il quartiere era deserto, c’eravamo solo noi e le nuvole nere potenti e feconde sopra le nostre teste.

Le donne (la maggior parte di loro aveva superato la sessantina) alzarono le mani al cielo, lanciando ululati. Sentivano l’odore delle gemme, dell’erba novella e ne erano inebriate. Se fosse arrivato un uomo a interromperle, di sicuro l’avrebbero scannato.

Ero seduta sui gradini della chiesa e, alle mie spalle, sentii don Leopoldo sprangare il portone a doppia mandata. Allora risi ancora più forte e le cornacchie mi fecero eco, levandosi in volo a decine dagli alberi della piazzetta. Il vento aumentò. La signora Polizzi spargeva sale a manciate urlando: «Chebbèllo, chebbèllo!».

 Ero affascinata da quella E così larga. Capivo a malapena ciò che diceva, perché le cornacchie le coprivano la voce, ma vedevo le labbra sottili e raggrinzite della vecchia aprirsi in un belato sempre più incalzante. Chebbeeeeello, chebbeeeeellooo. Si allontanò così dal cerchio, scalciando con le zampe posteriori e perdendo ciocche di vello nero.

Le danzatrici aumentarono gli strepiti, indicando la Polizzi e tenendosi le pance nude con le mani: temevano che, a ridere troppo, sarebbero finite in frantumi. Fu quello che accadde a quattro o cinque di loro. La pelle divenne terracotta e si fece a pezzi. Il vento le portò lontano, insieme a qualche altra che fu sollevata in volo. Fecero un paio di capriole nel cielo azzurro di marzo e poi scomparirono oltre la scuola. Ancora ululati. Io picchiavo il piede per terra e non riuscivo a fermarmi. Mi sembrava di soffocare. Nessuna di noi era afflitta per le compagne scomparse. Al contrario ci sentivamo libere e fortunate. I nostri doni erano finiti chissà dove, i gladioli erano stati strappati, ma andava bene così. Elvira sarebbe stata orgogliosa.

Alcune diventarono gazze, altre si sciolsero sull’asfalto. In sette ebbero la coda, s’accucciarono a quattro zampe e furono gatti e cani randagi. Ritornarono a casa con le orecchie basse.

Restai sola con Iris; lei nuda, con una mano appoggiata sul coperchio della bara e io vestita coi miei larghissimi pantaloni bianchi. Il vento cessò solo dopo molti minuti e noi restammo immobili a guardarci.




Eloisa Massola



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