Di quando ero piccolo, ricordo molto bene alcune cose. Altre mi sono completamente oscure. Ad esempio, ho un black out totale del bambino che ero verso i dieci anni. Se uno mi chiede: “Allora, la tua infanzia verso i dieci anni come andava?”, io tendenzialmente non so cosa dire. Una volta, a dieci anni, ho visto mio padre. Mio padre era un barbone. A dieci anni ho visto mio padre, e perdio ho pensato: io non sarò mai come lui.
Mio padre aveva qualche fottuto disturbo mentale. Mio padre, quando passava per la via, la gente pensava: questo è matto.
Pensava:
questo è uno che urla per strada;
questo qua, stacci lontano che sta male;
quest'uomo ha fallito tutto, guarda com'è ridotto;
quest'uomo sta per morire, quest'uomo puzza, quest'uomo fa schifo. Chissà se ha un figlio quest'uomo, questo povero, pover'uomo?
Ho rivisto mio padre un’altra volta nel 1989. Camminavo per strada. Dall'altro lato c'era un barbone. Ero sicuro fosse lui, era una consapevolezza quasi magica, una certezza.
Sempre nel 1989, avevo intuito che mio padre viveva dentro un ospedale, ma non era ricoverato. Da barbone, si riparava in una stanza buia, fredda, sola e triste di un ospedale, nel seminterrato con le mattonelle lise. La gente lo lasciava adagiarsi sul pavimento perchè “in qualche posto dovrà pure dormire per non morire nel freddo dell'inverno”. Quella volta sono entrato spedito dentro l'ospedale, dove le mattonelle fredde aspettavano - credevo mio padre - ma non c'era nessuno. C'era un termosifone scrostato. Mio padre non c'era.
Nel 1993 avevo quindici anni, ho chiamato mio zio Orlando; gli ho chiesto: “Dov'è mio padre?”
Mio zio mi ha raccontato alcune cose.
“Tuo padre si drogava, tuo padre si bucava, tuo padre era un eroinomane. Tuo padre, a un certo punto, è impazzito. Tuo padre, nessuno è riuscito a recuperarlo. Tuo padre rubava, tuo padre c'abbiamo provato a portarlo da Muccioli ma lui è sceso dal pullman ed è scappato. Tuo padre quand'era piccolo era un campione, ma s'è guastato col crescere”.
Ho chiesto a mio zio di portarmi a trovare mio padre.
“Andiamo a trovarlo”, ho detto.
“Andiamo a trovarlo, ma mica è facile. Può darsi pure che Angelo non lo troviamo”. Angelo, così si chiamava mio padre.
Siamo andati all'ospedale, io e mio zio Orlando. Nella sala delle mattonelle lise dal freddo c'era solo il termosifone scrostato e di mio padre neanche l'ombra. Ho iniziato a pensare, ricordo, che questa vicenda era drammatica e grottesca. Voglio dire, all'epoca non ho pensato proprio a queste due parole, ma oggi interpreto quella situazione proprio così, con questi due entusiasmanti aggettivi: drammatica a grottesca.
Nell’estate del 1995 ero tornato da una vacanza e me ne stavo a casa mia quando ha squillato il telefono. Ho risposto:
“Pronto?”
“Siamo i tuoi zii, ti dobbiamo dire una cosa”.
Io in questa cosa che mi dovevano dire ci sentivo una nota sospesa, come di una grande occasione. Agganciato il telefono non sapevo bene a cosa pensare e aspettavo i miei due zii con un po' d'ansia, sperando che mi portassero una buona notizia, anche se temevo che non sarebbe stato così. Ero proprio sicuro che sarebbero arrivati e avrebbero detto qualcosa di spiacevole. I miei zii - i fratelli di mio padre - non li vedevo mai, e trovarmeli di fronte era già un evento.
Sono arrivati e gli ho chiesto: “Volete un bicchiere d'acqua?”
Dal soggiorno, mentre io prendevo l'acqua dal frigorifero in cucina, loro mi fanno:
“Tuo padre è in ospedale, sta per morire. Ha l'aids ed è cieco. Sta allo Spallanzani. Vuoi venire a trovarlo?”
Io mi sono messo a piangere, non so neanche perchè. Negli anni la mia mente l'aveva cancellato. Probabilmente però non del tutto, altrimenti non mi sarei messo a singhiozzare così, spontaneamente. Ho pensato che lo Spallanzani era lo stesso ospedale dalle mattonelle lise sopra le quali mio padre dormiva la notte, ironia della sorte. Il mio pianto è durato tra i 15 e i 20 secondi durante i quali ho abbracciato mio zio, un po' vergognandomi: non sono molto abituato a versare lacrime.
Il giorno che i miei zii mi hanno detto di mio padre, era il giorno prima che iniziasse il mio quarto anno di liceo. Io di mio padre l'avevo detto solo a mia madre, che aveva annuito e non aveva pianto.
Quando poi la mattina dopo sono andato a scuola, nel cortile ho incontrato il mio amico Goffredo: con lui mi facevo sempre un sacco di risate. Quella mattina però, sentivo che era diversa: il giorno prima avevo visto mio padre intubato in un letto d’ospedale, immobile come un vegetale. Goffredo mi è venuto incontro dalle scale del cortile del liceo Virgilio di Roma e mi ha salutato come al solito.
Gli ho detto:
“Mio padre sta per morire, ha l'aids. Sta allo Spallanzani”.
E non so davvero per quale cazzo di motivo, ma ci siamo guardati, siamo stati in silenzio mezzo minuto e poi io sono scoppiato a ridere. E lui appresso a me. La mia risata mi ha dato da pensare per molto tempo, in seguito.
Dopo qualche giorno c'è stato il funerale ebraico di mio padre ed è stato di una tristezza fredda. Non solo perchè era un funerale. C'era un rabbino a cui sembrava non importasse niente, tantomeno del defunto, che era un poveraccio etcetera, etcetera. Sulla strada che va dalla sinagoga di Roma all'enorme cimitero di Prima Porta sembrava si stesse apprestando a celebrare un matrimonio o una festa. Molto rilassato. Un rabbino da momento Kodak.
|
|
© 1996-2010 ARPANet. Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata. La violazione del copyright e/o la copia illecita del materiale riprodotto in queste pagine, la diffusione non autorizzata dello stesso in qualunque forma senza autorizzazione contravviene alle normative vigenti sui diritti d'autore e sul copyright. Clicca qui per diventare un Autore ARPANet.
|