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 Lettera 


Ti scrivo una lettera da lontano. Una lettera che ti farà male come un’ingiustizia ma che non potrai rifiutare. Non potrai più far finta di niente. Perché sei donna e non puoi rinunciare alla curiosità. Ti basterà leggere le prime parole, forse ti basterà il mio nome scritto in caratteri attenti e lenti (inchiostro e macchia sulla busta bianca in ambascia) e il mio germe sarà già dentro di te. Non potrai più farne a meno e anche se ti farà male, ugualmente la leggerai. Perché sei donna e la vanità è nel tuo essere quotidiano.

Prima di cominciare il lungo viaggio di ritorno ho sciolto e mescolato emozioni e rancori nell’inchiostro, ho affilato la punta della matita per trafiggermi più facilmente il cuore e ho lasciato il desiderio di amare e di odiare diventar per sempre le mie mani. Ho lasciato morire la luce del giorno e ho acceso una candela per respirare il dolore di una luce inconsistente (così come ora i tuoi occhi per me). Ho lasciato la musica fluire (levigando un attimo di più il suo cantare) e nella penombra e nel silenzio ho poggiato una tua fotografia, ad una pila di libri, proprio davanti ai miei occhi.

Vorrei dirti che ti odio ma il mio desiderio assoluto di te rifiuta questa emozione precoce. Come faccio ad odiare le tue mani che mi hanno dato tanto, accarezzando i miei occhi, tutte le volte che il pianto mi ha circondato d’umido e tristezza? Non posso! Trovassi la forza, sarei un passo più in là. Più in là nel definire un nuovo confine. Un nuovo mondo dove tu (nei giorni che verranno) non sarai più necessità di scoperta costante ma lingua antica da obliare (per sempre) nei ricordi remoti.

Le parole mi risultano facili, un fiume che scorre incessante tra l’anima e le mani d’un animale ferito. Ho trovato il mio posto segreto dove rifugiarmi e guarire. Adesso che il tempo inizia a “digerirti”, fa freddo in questo posto. Nessuna ombra a danzare sui muri. Nessuna eco di parole sicure. Non resta che il rumore del mio respiro regolare.

Comunque sia e comunque vada, al di là di tutto e di tutti, un addio è dovuto. Necessità di una certezza per i giorni che genereranno (incessanti) altri giorni. Ossigeno per nutrire ancora il rumore del mio respiro. Necessità di sapere che la libertà, che ci siamo scagliati addosso, è definitiva. Necessità di sapere che rimarrà comunque un vincolo (legato come un nodo di marinaio nella matassa degli anni) per contemplare i compleanni e per Natale.

Una certezza. Un’unica certezza. So che è la scelta migliore per noi.

Eravamo uccelli in volo e ci siamo abbattuti a vicenda. Cartucce di incomprensioni assolute sparate a bruciapelo. Siamo caduti. Eravamo (e rimaniamo) fiumi in piena, paralleli, che si guardano e si desiderano al di là di una striscia di terra ma che non fonderanno mai le loro acque insieme per poi defluire nel mare.

Sai come? Come nella cucina di casa tua quella mattina. Dal tuo sguardo lontano, inchiodato nei tuoi occhi, ho capito che tra me e te ci sarebbe stato sempre un tavolo e una colazione di mezzo a separarci. Avrei potuto riportarti indietro dai tuoi pensieri invece ho lasciato che il tuo mondo si perdesse per sempre lontano. Da un’altra parte. Su un’altra spiaggia d’uomo avvampata di sole mentre il mio mondo galleggiava moribondo sui ghiacci di un nord che non conosco.

Quel che trattengo alla fine è il ricordo del tuo corpo perfetto, fatto di rientranze morbide adatte per i miei spigoli difficili. Quel che trattengo alla fine è il ricordo del tuo malessere difficile adatto per la mia (unica) anima morbida e consumata. Quel che trattengo alla fine è sapere che è “stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati” (“Giugno 73”, Fabrizio De Andrè, ndr). Quel che trattengo alla fine è sperare che un giorno avrai il coraggio di raccontare di me ai tuoi figli.

 

Tuo per sempre.    

 




Adriano Rizzo



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